domenica, 22 marzo 2009, ore 19:09

I ruoli che non mi sono scelta, sono quelli che chi possiede le verità universali mi ha attribuito.

Per qualcuno sono sempre stata la “ragazza di..” sebbene a gran voce non abbia mai smesso di proclamare la mia identità.

Quando ho iniziato a lavorare, essendo la più giovane e praticamente l’unica donna, per i più ero quella carina e simpatica. E in quanto tale incapace di enunciare pensieri profondi. Salvo poi diventare di colpo una rompicoglioni nel momento in cui qualcosa da dire ce l’avevo, e pretendevo di essere ascoltata.

Per molti continuo ad essere un isterica, incostante, femmina. Ad alcuni addirittura faccio paura.

Ultimamente per qualcuno sono l’amante dismessa. Ma senza che ci sia stata una relazione. Senza che ci sia stata una rottura. Senza che mi avessero avvertito della relazione in corso. Che di fatto non c’era.

Bo. E poi dicono che sono le donne ad essere complicate.

apricotflour
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martedì, 17 marzo 2009, ore 12:01

Può essere vero.

Lavorare in un ambiente di sole donne può nuocere gravemente all’equilibrio psicofisico.

Ci sono donne che, ripercorrendo sentieri già battuti dai colleghi uomini, entrano in competizione con altre donne per ottenere con più fatica ciò che il collega uomo aveva ottenuto con sforzo minore. E Dio ci preservi da queste donne.

È tutto vero.

 

Solo chissà perché, quando devo organizzare qualcosa e chiamo per gli uffici dei più svariati enti, se risponde una donna nel giro di breve ottengo soluzioni alle mie esigenze.

Se risponde un uomo invece, volano le settimane…

apricotflour

giovedì, 12 marzo 2009, ore 12:16

Ridefinire gli spazi quando pensi di aver raggiunto l’essenza ergonomica del movimento. E della quiete anche.

Non sei l’unica variabile in campo, e questa è l’unica verità immutabile. Nei rapporti con le persone, in particolar modo, prevedere l’evolversi delle umane vicende è pressoché illusorio. Anche quando conosci le persone bene. Anche quando le frequenti da molto. Anche quando hai dato per assodato le fondamenta etiche altrui. Perché in verità di etico negli altri non c’è un cazzo.
apricotflour
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venerdì, 12 dicembre 2008, ore 12:38

Che senso può ormai avere sforzarsi di vivere un esistenza etica, applicandone le diverse categorie alla relazione con l'altro, quando essendo l'altro scarsamente etico e probabilmente ormai scarsamente evolubile, la fatica e il rispetto dimostrato ti si ripercuoteranno eternamente contro?

Ho deciso di fare l'eremita. Non ho più voglia di investire fantomaticamente nell'altro come termine essenziale della relazione.
Ho voglia di dedicarmi alla costruzione del MIO mondo. Il mio spazio nel mondo. Il mio luogo nel mondo.
Un posto dove ci sono io, così come sono, magari due cavalli, un energia pura, dove le diverse forme di vita si sentano libere di arrivare e sentirsi al sicuro.

Veramente un posto così l'ho già trovato, solo che non è proprio mio...

Ma proprio per questo ho avuto modo di razionalizzare una cosa: l'impressione di essere abbandonati dal mondo, e di non trovare pace fra le relazioni tormantate con i diversi altri, è effimera. Il trucco sta nel cambiare il punto di vista, la prospettiva di gioco.
Cardine centrale: IO. Gli altri simili poi arrivano. Un amica una volta mi ha detto che secondo lei le belle anime si riconoscono. Ne sono convinta. Fungere da polo di attrazione piuttosto che lottare contro i mulini a vento e tentare di cambiare chi di etico ha sviluppato troppo poco.

Basta.
apricotflour

giovedì, 11 dicembre 2008, ore 17:17

Parliamo di ruoli.

Nella comunicazione fra due individui che cercano di venire a capo del proprio malessere interiore o di comunicare all’altro il proprio disagio, pare impossibile uscire dalla dicotomia “vittima - carnefice ”. A meno che entrambe le parti non possiedano una forte etica esistenziale o quantomeno pari onestà intellettuale.

Le maggior parte delle discussioni messe in essere nel vano tentativo di apporre un positivo cambiamento alla relazione vengono di fatto ridotte ad un processo/interrogatorio poiché, anche ammettendo che uno dei due tenti di spingersi al di là del ruolo voluto dal clichè, e si sforzi di mettersi in discussione per primo o di mettere in discussione tutt’al più il “noi”, piuttosto che il “tu”, l’altro riuscirà sempre in un modo o nell’altro a ricondurre tutto al “mi stai dando tutta la colpa”.

Come? Nella più ovvia delle maniere. Perché non riuscendo ad accettare la responsabilità  o co-rresponsabilità, che l’uno cercava di utilizzare come schema mentale e metodo di discussione, causerà nel confronto una disparità di intenti e di intenzioni tale per cui, tu sarai impossibilitato nel sostenere oltre il concorso di colpa, ma allo stesso modo ti rifiuterai di assumerti tutto l’onere e il peso della situazione creata. Non rimarrà che realizzare la profezia iniziale inforcando l’ascia di guerra minacciando “guarda che la colpa è solo tua!”.

E vaffaculo.

Io ci provo. Ma la via più facile è sempre una tentazione troppo grossa: se con le migliori delle intenzioni metti in discussione anche la tua posizione, per non aggredire l’altro, non è detto che l’altro riconosca il valore di una simile disponibilità e sia disposto, in un impeto di autocritica, a fare altrettanto. La probabilità che intraveda la sua facile scappatoia morale nell’assecondarti e spalmare la colpa equamente (nella migliore delle ipotesi, ndr…), o nel declinarla addirittura completamente a tuo carico, è decisamente alta.

E a questo punto non ti rimarrà che un’attenta autoanalisi su cui meditare: sei tu che gli hai messo in mano questo strumento senza accertarti che avesse le capacità per gestirlo.

Chi è il cretino, allora??

apricotflour
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lunedì, 01 dicembre 2008, ore 20:16

Ci sono o non ci sono… ho realizzato i miei sogni? Vivo ancora nella stessa città? Svolgo la professione che avevo sognato?

ma che cacchio vuol dire?

 

Partiamo da un presupposto: i sogni ci sono, sempre, servono a darmi una direzione. Ma di solito non ce ne è uno solo, tipo.. non è che realizzato un sogno mi posso poi ritenere a posto.

Qualora dunque dassimo per scontato l'esistenza unica di un sogno per la vita, la domanda corretta dovrebbe essere allora: qual è il sogno giusto per la tua vita?

Quindi, a monte del domandare se ho realizzato o meno i miei sogni, dovrebbe esserci quella sana curiosità esistenziale del capire quali aspirazioni possiedo e quali assolutamente personali qualità e caratteristiche potrebbero poi indurmi a sognare chissachè. La qual cosa dovrebbe significare un reale interesse verso la mia persona e il mio modo di sentire. Specie se non ci vede o frequenta da anni.

 

A ritroso.

Se quindi l’interesse per la mia persona non è argomento di discussione… se a monte del chiedere se ho realizzato i miei sogni non c’è stato un domandarsi sul se avrebbe avuto senso o meno porre una domanda del genere (che altrimenti non me l'avresti fatta) ...forse l’interesse primario è un altro.. forse dovrei solo limitarmi a porti la stessa domanda, in maniera tale da poterti permettere di sciolinare un’infinità di motivi sul perché di un eventuale soddisfazione e quante cose ti puoi permettere di fare.

 

mm.

A me basta sapere che stai bene.

apricotflour
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lunedì, 27 ottobre 2008, ore 18:35

Ho giocato al superenalotto, lo ammetto. Come 7.563.498.000 persone.
Ed ero pure convinta di vincere.
Come 7.563.498.000 persone.

Così ho redatto una sorta di testamento etico per dividere equamente con chi mi vuole bene la mia felicità.

Avrei aperto un conto a mia sorella di 500.000 €.

Avrei comprato un appartamento con due stanze da letto al mio amico Gianluigi, che potesse scappare da casa dei suoi e godersi la libertà.

Avrei versato subito 200.000 € sul conto di Lisutta, che si licenziasse dal quel posto che la fa star male permattendosi così di poter cercare altro senza pressa.
Poi l'avei prelevata per un we di shopping folle per le boutique di Parigi. Anche se non è il mio stile.

Avrei comprato con Gianlu un casa sui colli bolognesi, e avrei preso un appartamento per me nella mia città.

Avrei rilavato il terreno che Italo ha preso in affitto per il maneggio e glielo avrei lasciato in uso, dopo averlo sistemato e costruito una club hous. E forse avrei comprato un cavallo. E preso qualcuno per accudirlo la mattina.
Perchè con una vincita miliardaria al superenalotto,
finalmente mi sarei potuta permettere di lavorare in maniera normale.

E questo è il paradosso.


apricotflour
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martedì, 21 ottobre 2008, ore 15:20

Inizio a fare i conti con cos’è stato.

 

Ero io… quando inneggiavi alla mia bruttezza e ti mascheravi dietro pose in primo piano.

Ero io… quando scagliavi la tua rabbia dedicando a me sola situazioni di disagio senza via di uscita.

Ero io… quando diffondevi racconti su di me per creare il vuoto attorno.

Ed ero io… che piangevo e non capivo…

 

Ma vedi, il peggio è che io c’ero.

Io c’ero quando avevi bisogno di me, che una copertura in caso di danno fa sempre comodo.

Io c’ero, nel giorno più freddo della tua vita, il giorno del distacco più grande.

Io c’ero, in quello che doveva essere il giorno del tuo trionfo.

Non ho mai pensato di abbandonarti, ho sempre pensato di dover vegliare su di te, e forse ti ho perdonato troppo.

 

E le uniche cose che mi restano, forse perché non ho voluto mai capire fino in fondo, sono alcune parole…

“Non ci sei mai quando ho bisogno di te”

 

La forma più grande di tradimento è quello di sangue.

apricotflour
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martedì, 14 ottobre 2008, ore 18:56

Ho come l'impressione che tutto questo affacendarsi non mi stia portanto in avanti.
Ho come l'impressione che tutto questo impegno sia solo effimeramente indirizzato.
Ho come l'impressione che questa fatica non  non sia costruttiva.

Cosa ho lasciato a metà? Cosa non mi sto permettendo di accogliere e risolvere?
Sono satnca della vita degli stenti, del senso di miseria esistenziale che a tratti mi nasce da dentro. Perchè non mi vivo in grado di risolvere il quesito centrale.

E forse gli altri se ne approfittano.
apricotflour
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mercoledì, 01 ottobre 2008, ore 21:06

Chi  è l’uomomerda? Dove vive? Come nasce e si riproduce? Che comportamenti adotta? Che usi e costumi ha?

Innanzi tutto sfatiamo un mito: l’uomomerda non è un’entità astratta, un’ idea nata dalla mente deviata di qualche troppo saccente barzellettiere, una credenza popolare… l’uomomerda esiste. Nasce e vive a xxx, gode ancora di salute, e si è pure riprodotto.

L’uomomerda, che chiameremo UGO per convenzione, ha più di 50 anni, è molto alto, ha una gran pancia, pochi capelli e pure la barba. Bianchi. I tratti del viso lasciano trasparire parte del vissuto personale… gli occhi sono sbarrati, i lineamenti tirati.

L’uomomerda si veste con uno stile proprio, orginale, abbinando scarpe di stoffa tipo “spadrillas” a pantaloni di tuta in acetato dai colori cangianti, o blue jeans azzurri. Rigorosamente allacciati fino quasi sotto le ascelle. Sopra ama portare camicie di flanella, che ricoprono un’ampia gamma cromatica di fantasie scozzesi; in alternativa, il lupetto di lana rossa o bianca. Durante la stagione calda, sfoggia fantastici sandali tedeschi, che abbina a fantastici calzettoni di lana rossa, per difendersi dagli sbalzi termici.

L’uomomerda-UGO ha un passato burrascoso: ex sessantottino, poi normalizzato, sposato e incamerato nel mondo del lavoro, fa uso di psicofarmaci in seguito ad esaurimento, che usa miscelare sapientemente, secondo un’antica ricetta, con la grappa. Da perfetto uomo medio, per trovare nuovi stimoli dopo i 40 anni, si è dedicato improvvisamente e devotamente, anima e corpo, alla religione cattolica. La qual cosa sarebbe anche ammirevole, se non sfociasse di norma in prolissi sermoni volutamente forzati e inquisitori che usa per minacciare ragazzi ancora in fase di sviluppo.

L’uomomerda non parla, urla: e se sente l’argomento a sé molto vicino, cioè spesso, di solito produce quantità smisurate di saliva, che in parte schiumano… e finiscono col disperdersi nell’ambiente circostante. A 360°.

L’uomomerda ha carenze visuo-spaziali e alcuni impedimenti motori che si ripercuotono a livello di manualità fine, soprattutto in presenza di un water: difficilmente riesce a centrare il buco… e quando glielo si fa notare, è solito addurre motivazioni alquanto insolite per spiegare il proprio fallimento: tra le tante “la pipì non va mica dritta, ci sono due canali… e fa due spruzzi! Uno a destra, uno a sinistra: se seguo uno, l’altro esce dal water, è normale!”. In compenso, l’uomomerda pretenderebbe di usufruire indistintamente del bagno delle donne come di quello maschile.

Giusto per gradire, nelle pause per il pranzo, è solito trastullarsi lontano da sguardi indiscreti, con vino e digestivi. Non fa strano vederlo aggirarsi per i corridoi al pomeriggio cantando vecchi ritornelli o biascicando qualche strana teoria. In questi momenti, ad alto rischio di impatto, è meglio evitare di venire in contatto diretto con UGO, che, sociale per natura, tenterà di inseguirvi, attaccare bottone, per poi insultarvi.

Se la natura chiama durante l’impegno lavorativo, l’uomomerda dedito al lavoro, non si allontana mai per più di tanto dal suo sito… va a pisciare in giardino. Tanto poi, non usa comunque lavarsi le mani.

Economo per natura, non spreca i soldi del caffè… li chiede ai colleghi. E non compra bottigliette d’acqua ai distributori: usufruisce di ciò che la provvidenza mette sulla sua strada, le bottiglie degli altri. E non usa il bicchiere.

Ora, chiunque legga queste righe, è liberissimo di continuare a pensare che si tratti di una figura mitologica, e che il racconto sia stato volutamene alterato e romanzato da chi scrive per far colpo sugli sprovveduti… bravi, continuate ad illudervi. La verità è che il mondo è prolifico di uominimerda, e prima o poi qualcuno si mette sulla tua strada.

apricotflour
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