domenica, 23 dicembre 2007, ore 21:12

Il gioco di queste ultime ore consiste nel sopravvivere alla pesante oppressione del meschino vivere altrui.

È devastante, è opprimente, è fastidioso e artificioso.
La costante presenza del mancante, la fallace ricerca del completo attraverso l'incompletezza, l'estenuante sensazione del vuoto che ne deriva... come fai a rassegnarti a questo modo di essere? come fai a non vedere la malattia di questo modo di stare al mondo?
Non parliamo semplicemente del bicchiere mezzo vuoto: è che il bicchiere l'hai cercato, l'hai comprato, però poi non ti andava bene perchè è pesante, e forse era meglio un'altro colore. e se si è riempito per metà, sicuramente non andrà bene quello che ci sta dentro. anche se l'hai riempito tu. e anche se ci avevi ragionato attentamente.
Si tratta di non essere onesti con se stessi, se non riesci ad ammettere che la risposta che cerchi fa riferimento alla domanda sbagliata.
Tutta la tua vita è piena di domande sbagliate. e di inevitabili delusioni derivanti dallo spreco di energie e forze, investite nella ricerca di inutili soddisfazioni occasionali. e nella ricerca del grande colpevole, quello che ha sbagliato questa volta, ciò che intervenuto all'ultimo cambiando le carte in tavola, o quello che semplicemente c'è da sempre, ed è più facile da incolpare... più o meno presente.. più o meno assente.. più o meno stanco.
apricotflour

sabato, 03 novembre 2007, ore 23:37

il soffitto a pochi metri, un bel film, latte caldo coi biscotti.
le travi del sottotetto, le luci poco accese, il legno a piedi nudi. gente che passeggia sui bastioni là fuori. è tardi, ma non ho voglia di dormire.
non c'è motivo perchè accada, non me lo spiego.
non sono sicura, mi trema la terra sotto i piedi. sono io che sfuggo al controllo di me, o è ciò che succede che non riesco ad analizzare? dov'è la chiave di lettura, cosa mi manca ancora? mi guardo attorno e non riconosco gli spazi... non i volti... non i colori e neanche i rumori.
cambierà, oppure no. resto ferma nell'attesa.
apricotflour
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categoria : ire

mercoledì, 24 ottobre 2007, ore 10:14

Mi passi accanto come fossi invisibile… io banalmente affaccendata nel mio esser quotidiano. Ti seguo, ti rincorro forse… abbiamo molto da dirci. Di silenzi siamo state nutrite… il boccone amaro che ci ha dato la vita ci ha costrette a vivere tanto tempo come prigioniere della nostra unicità.

Ma non era quello che volevamo. Non è più quello che vogliamo. Abbiamo scelto diversamente, e invertire la rotta adesso porterebbe a riaffermare nuovamente ciò che abbiamo negato con forza, ciò che stiamo urlando con prepotenza.

Ma tu ti nascondi, complice il buio che ci avvolge… ed io mi confondo nuovamente. Ti sento ma non ti vedo. O forse vedo l’energia che sprigioni, che per qualche motivo che non capisco, mi investe, mi stordisce. “Chi c’è con te?? CHI HAI PORTATO DIETRO DI TE??

Mi afferri per un braccio, mi tiri a te con forza e mi respingi nuovamente. Vorresti delle risposte che non ti posso dare. Come vedere dietro di me? Come guardare ciò che tu riesci a vedere anche al buio? Cos’è che mi sfugge? Fermati, calmati, ASCOLTAMI!

Ti chiamo, urlo il tuo nome… e tu sei lì, che mi svegli chiedendo cosa succede.

apricotflour
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categoria : storie

mercoledì, 03 ottobre 2007, ore 11:51

Adoro sorpassare le immense betoniere che la mattina si mettono sul mio cammino, percorrendo la strada verso il luogo di lavoro.
La strada deputata è stretta, ma è su quella che transitano, si dirigono tutte verso un cementificio della zona. La mia macchina è piccola, una lancia Y vecchio modello, ed ogni volta che metto la freccia per segnalare il sorpasso, che in verità sarebbe vietato, vesto i panni di David contro il gigante Golia... e puntualmente mi sembra di intravedere lo sguardo perplesso del camionista che pensa: "ma cosa pensa di fare quel moscerino?"

È una situazione alla quale ho dovuto abituarmi. Da qualche tempo a questa parte i segni sul volto sono inequivocabili. Ma prima, il volto pulito e lo sguardo sveglio non lasciavano intendere che avessi un bel po’ di più che 20 anni.

Ha i suoi lati positivi. Sembrare più giovane. Ma spesso, crea la falsa aspettativa negli altri che non sarai una persona che sa il fatto suo, e che non creerai problemi...

Aspettative disilluse. Motivo per il quale, abbandoni il ruolo del tenero angioletto disponibile che rallegra tutti quanti e va bene per simpatiche cose di poco conto… per vestire quello dell’angelo sterminatore, il peggior nemico… della media banale del maschio da bar.

Non ho mai creduto di essere un tipo banale. Non ho mai creduto di avere idee banali. Non ho mai banalizzato un problema (non consapevolmente almeno…). Di gente banale ne conosco. E di solito la riconosco.

Ma a quanto pare, alla base di questo bel castello edificato con cura e progettato sapientemente, devono esserci delle fondamenta sbagliate… se succede che d’un tratto, la persona imputata di banalità sono io.

Mi ritiro per deliberare.

apricotflour
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categoria : ire

martedì, 02 ottobre 2007, ore 11:09

Se la risposta alla domanda delle domande è 42, qual è la domanda giusta?

Se io chiedo se una lettera è maiuscola o minuscola, perchè mi si risponde "abdodudu"?

...e soprattutto, cosa vuol dire "abdodudu"??

Perchè al mio "vorrei stare con te" di norma corrisponde un "vorrei che tu fossi con me" ??
 

Ma poi, perchè io di domande ne ho sempre tantissime, e nessuno azzarda mai una risposta?

apricotflour

lunedì, 01 ottobre 2007, ore 18:36

percorro a ritroso, impassibile, gli stessi corridoi. ci stavo male, quando me ne sono andata, e non sto bene ora ci ritorno. così ci rifletto...
e non è tanto il dove... il come... il con chi qui, adesso, per tutto l'anno... o almeno non solo.
è che sono io. così non va, me lo dico, me lo ripeto, me lo grido. e ne sono ormai stanca, spossata. e mi ritrovo come non mi capitava da anni, in un angolo, melanconica… ma no, triste. non riesco ad accettare la staticità, l’impossibilità di crescere, il presentarsi nuovamente di vecchie situazioni irrisolte… tanto quanto mi perdo nel timore di abbandonare tutto, e iniziare tutto daccapo.

affrontare il lavoro con me stessa è sempre stata una caratteristica fondante della mia personalità, costantemente in evoluzione, in lotta, quanto meno alla ricerca del senso migliore con cui affrontare le cose. non miro a trovare risposte, questo no, ma a sentirmi nel modo migliore possibile, vivendo appieno la diversità del momento.

credo nel cammino personale, ma credo anche che se fai finta di nulla prima o poi il destino, o il karma, o il Signore, te lo sbattono in faccia. E a questo punto, fra continuare a far finta di nulla, tollerando quel senso di insoddisfazione latente col quale si può convivere, ma che non smetterà mai di renderti irrequieta, e affrontare il senso di terrore abissale che può prenderti al pensiero di dover smantellare tutto il senso che hai dato alle cose… scelgo di distruggere, ma sentirmi in maniera più autentica, eticamente me stessa.

Il dolore l’ho vissuto sotto forme diverse: l’abbandono… la solitudine… l’impossibilità di comunicare… la paura… la perdita… l’imprevedibile che si manifesta.

la consapevolezza assurda del momento presente, mi pone davanti una difficoltà mai riconosciuta... non posso vivere bene il momento migliore della mia vita, perchè non riesco ad abbandonare l'idea dello star male. star bene è troppo semplice... fa paura.

apricotflour
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venerdì, 28 settembre 2007, ore 12:22

irene gianluca

...oggi non mi passa nulla...
apricotflour
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categoria : ire

martedì, 18 settembre 2007, ore 12:12

Sono d'avorio, sono di legno, sono di piombo e sono d'argento.

Sono di aria, sono di niente, sono non sempre... ma sono presente.

Sono un po' stanca, un po'  affaticata... forse distratta, forse un po' assente...

Sono così, senza movente. A volte ci vuole... a volte per niente.

 altro che salumeria...
apricotflour
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categoria : ire , insegne

lunedì, 10 settembre 2007, ore 09:46

Una volta suonavo il pianoforte. Ero brava, ed ero convinta che dopo il conservatorio sarei diventata una gran pianista.

Una volta mi raccontavano che quando sarei cresciuta avrei potuto fare tutto quello che volevo. e io mi chiedevo quand'è che si cresce. e me lo chiedo ancora, visto che non ho più guadagnato un centimetro dalla 5ª elementare.

Una volta sapevo che da grande avrei trovato un buon lavoro. adesso pagherei qualcuno che mi spiegasse cos'è un buon lavoro.

Una volta portavo sempre una maglia legata in vita per mascherare i fianchi prominenti. che in verità all'epoca non c'erano. adesso che ci sono la maglia non serve più.

Una volta credevo che mi sarei sposata presto e avrei avuto dei figli.
...
No, non è vero, non l'ho mai creduto. ma ci stava banalmente bene, e l'ho inserito di prepotenza.

Da adulto poi, diventa un lavoro a tempo indeterminato tentare di liberarsi dagli stereotipi dei tuoi genitori.


 
apricotflour

lunedì, 20 agosto 2007, ore 10:55

Tu dai una cosa a me, io ne do una a te.

Retaggio infantile di quando muovevo i primi timidi passi nel mondo dell’alterità e gettavo le basi dello sviluppo pro-sociale, pioniera di uno status sociale evoluto, neofita della comunione dei beni nonchè profana del libero scambio.

Ci siamo passati un po’ tutti, mi dico, da qualche parte bisogna pure iniziare. Poi per fortuna ci si evolve, si passa attraverso le situazioni più disparate, dal gruppo di amici, alle amicizie esclusive, al rapporto di coppia. Così ti rendi conto che, quel precetto di vita nato da un istinto primordiale alla sopravvivenza, non basta, è servito solo a dare l’avvio, che c’è molto altro da dover imparare, da dover gestire, nel variegato mondo della complessità dei rapporti interpersonali.

Salvo poi trovarti davanti all’inevitabilità del campionato di calcio… e delle mille strategie del maschio moderno per sopperire alla dipendenza dal binomio piedi-palla che rotola.

Che infastidito tra l’altro dall’esser tacciato di banalità della gestione dell’equilibrio amore-stadio, altra via non trova che ridurre tutto alla stessa qualità, attraverso l’assoluta banalizzazione del comportamento altrui, tipo: io vado allo stadio, ma tu sei malata di shopping.

L’equazione è presto fatta: io vengo in giro con te per negozi, così poi posso chiederti di venire allo stadio. Non prestando attenzione, di sovente, al contesto e al momento in cui tale richiesta viene formulata.

Quali le alternative di comportamento?

O rodersi il fegato, nel vano tentativo di dimostrare la fallibilità dell’applicazione del pensiero binario nel rapporto di coppia… o cavalcare l’onda del "maschismo" imperante (che, d’altronde, ha costruito il mondo, ndr…) e governare il movimento di quella legge per te così contro natura… in maniera ortodossa. Quasi calvinista direi…

Così, in rapporto 1:1, nell’estensione perfetta del principio enunciato, per OGNI partita da calcio, un POMERIGGIO di shopping. Senza sconti. …in tutti i sensi.

Dio... quanto mi piace andare allo stadio!!


apricotflour

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