Tu dai una cosa a me, io ne do una a te.
Retaggio infantile di quando muovevo i primi timidi passi nel mondo dell’alterità e gettavo le basi dello sviluppo pro-sociale, pioniera di uno status sociale evoluto, neofita della comunione dei beni nonchè profana del libero scambio.
Ci siamo passati un po’ tutti, mi dico, da qualche parte bisogna pure iniziare. Poi per fortuna ci si evolve, si passa attraverso le situazioni più disparate, dal gruppo di amici, alle amicizie esclusive, al rapporto di coppia. Così ti rendi conto che, quel precetto di vita nato da un istinto primordiale alla sopravvivenza, non basta, è servito solo a dare l’avvio, che c’è molto altro da dover imparare, da dover gestire, nel variegato mondo della complessità dei rapporti interpersonali.
Salvo poi trovarti davanti all’inevitabilità del campionato di calcio… e delle mille strategie del maschio moderno per sopperire alla dipendenza dal binomio piedi-palla che rotola.
Che infastidito tra l’altro dall’esser tacciato di banalità della gestione dell’equilibrio amore-stadio, altra via non trova che ridurre tutto alla stessa qualità, attraverso l’assoluta banalizzazione del comportamento altrui, tipo: io vado allo stadio, ma tu sei malata di shopping.
L’equazione è presto fatta: io vengo in giro con te per negozi, così poi posso chiederti di venire allo stadio. Non prestando attenzione, di sovente, al contesto e al momento in cui tale richiesta viene formulata.
Quali le alternative di comportamento?
O rodersi il fegato, nel vano tentativo di dimostrare la fallibilità dell’applicazione del pensiero binario nel rapporto di coppia… o cavalcare l’onda del "maschismo" imperante (che, d’altronde, ha costruito il mondo, ndr…) e governare il movimento di quella legge per te così contro natura… in maniera ortodossa. Quasi calvinista direi…
Così, in rapporto 1:1, nell’estensione perfetta del principio enunciato, per OGNI partita da calcio, un POMERIGGIO di shopping. Senza sconti. …in tutti i sensi.
Dio... quanto mi piace andare allo stadio!!

Se la scimmia ti gratta la schiena, è perché non si diverte a saltarti direttamente sulla testa.
O forse perché, non reggendosi bene sulle zampe, preferisce usare le scale. Un gradino alla volta.
1. allegro: fase sciniiintillanteeee!
Dopo qualche giro in compagnia intrattieni gli amici con particolare loquacità e prontezza di spirito. …la notte VOLA, il buio ti innamora…
2. allegro, ma non troppo: fase moderatamente frizzante.
Si manifesta spesso accompagnata da un leggero sentore di vacuo allo stomaco, sei ancora vispo ma non predomini la scena. …c’è simpatia, tra di noi…
3. brusio…: momento sintetico. O sintattico. O sinaptico. O simpatico. Insomma quello lì.
Sei finalmente a cena, vagamente disperso tra gente che conosci ma anche no, accompagni il desinare con del vino, quando ad un tratto i singoli discorsi cominciano a perdere corpo… e finisci col concentrarti sul brusio di fondo che ne deriva. …it’s so quite…sccc…sc….
4. …silenzio: fase introspettiva.
È una fase un po’ triste, perché passato il brusio tutto sembra acquietarsi o tacitamente ovvattarsi. …non sento niente no, ma proprio niente no, nessun doloooooore…
5. tutti mi stanno guardando: fase critica.
È un momento di presa di coscienza, improvviso guizzo di una volontà ormai agonizzante, misto a latente paranoia.
6. tutti mi guardano perché sono simpatico: fase risolutiva.
Soluzione (comoda) del conflitto interiore, di breve durata ma molto intenso. Lascia il posto ad un senso di pace interiore e armonia col mondo.
7. sono tutti amici miei: allè!
torni a cavalcare l’onda della notorietà, sfrecci sull’autostrada della mondanità, sorpassando a 100 all’ora l’ape dell’inutilità. E stringi milioni di nuove amicizie che probabilmente non ricorderai mai. …pe pe pe pe pe pe…
Corollario al settimo nonché ultimo punto: sento la musica che voglio. Comunque. E ballo… oh come ballo…
...si insinua il dubbio che esauriti gli scalini il trampolino si getti nel vuoto… 
A quelli che ancora credono che ostentare sicurezza sia effettivamente sintomo di sicurezza…
A quelli che non dubitano di ciò che provano… perché provano…
A quelli che…
… ho bisogno dei miei spazi…
…le donne sono tutte uguali…
… io non torno sui miei passi…
A quelli che “se tu non prendi una decisione la prendo io”
A quelli che “dovevo fidarmi della prima impressione…”
A quelli che “io so cosa voglio da una relazione.”
A quelli che “io so stare da solo!”
A quelli che “non ho più l’età per le cose… così”
A quelli che “vedo tutto rosa!” (ma se diventa nero… cazzo, che nero…)
A chi già sa... e a chi ora inizia a capire. 

…se è vero che le persone si possono distinguere in istintive, razionali ed emotive… io di sicuro appartengo alla terza categoria. Ma con gli anni e l’esperienza (
) ho imparato a coltivare la razionalità, probabilmente come ancora di salvezza, giacchè un emotivo di razionale possiede ben poco. Ma ancora, non sempre riesco a mettere a frutto ciò che l’esperienza e la conoscenza di me avrebbero dovuto regalarmi. So per certo che, ad esempio la sera, dopo una certa ora, dovrei smettere di parlare… vi è mai capitato di trovarvi a litigare, magari per qualcosa di assolutamente banale e poco importante, e trovarvi impantanati nel sostegno di tesi che non dovevate assolutamente esprimere?? E di cui il giorno dopo dovrete anche rendere conto?? Che poi, tutto sommato, quelle cose non le pensate neanche… Ecco, in quei momenti probabilmente non posso fare a meno di essere profondamente me stessa, ma non è detto che sia una buona cosa! Ognuno di noi ha dei lati, per così dire…oscuri. Per cui ho imparato ad ovviare al problema: meglio tacere per il momento e aspettare lo sguardo obiettivo che un sonno ristoratore e la luce del mattino dopo ti possono donare.
Questa la soluzione pratica più socialmente accettabile e politicamente corretta. Dal MIO punto di vista. Ma come spiegare a parenti, amici, conoscenti, che magari attendono delle risposte, che il tuo silenzio non è una mancanza di rispetto, non equivale ad uno scarso riconoscimento della loro ragion d’essere, ma che paradossalmente così facendo dimostri loro il tuo affetto? Anche perché, nel momento in cui apri bocca, il danno è fatto, lo sproloquio è in agguato.
Il dubbio destabilizzante che non esista un comportamento assolutamente corretto mi assilla da anni: meglio tacere e accettare l’etichetta dell’indifferenza in questioni di una certa importanza, o seguire l’impulso del momento e calarsi nella parte della checca isterica, facendo il gioco di chi in questo ruolo ci sguazza?
È sempre tutta una questione di ricerca di dinamici equilibri…
Posata, composta, ordinata e sempre sorridente. Lo stereotipo della donna perfetta non lascia spazio alla fantasia dell'errore. E quando questo intercorre... la colpa è di qualcun altro. È di importanza superiore mostrarsi integerrime, senza ombra e senza macchia, efficienti, produttive, organizzate nonché cordiali, disponibili, brillanti ed eleganti.
...
MAVVAFFFFANCULO!
Un grosso vaffffanculo al finto perbenismo, alle beghe d'ufficio, all'arrivismo, alla precisione che maschera insicurezza, all'ansia da prestazione e alla negazione dell'evidenza.
Un vaffffanculo a manovella alle parole che non dici ma che provvedono ad attribuirti, ai discorsi non solo inutili ma dannosi, alla malizia che non fa parte del gioco del corteggiamento, alle specificazioni indebite.
Un vaffffanculo in corrente continua ai sorrisi sempre e comunque, alle cerimonie, alla fratellanza mondiale e agli amici di tutti e a quelli che stanno in attesa.
Un vaffffanculo precompilato alla disorganizzazione e all'insicurezza personale, al senso di colpa che ti spinge ad attribuirla a qualcun altro, e al bisogno impellente di riconoscimento.
Un vaffffanculo d'autore all'uomo medio comune, che va in crisi al cospetto di una donna con mentalità pratica, che pende dalle sue labbra in maniera quasi imbarazzante, o che la fugge come la peste nel medioevo, nemico giurato del binomio bellezza-intelligenza... una situazione quantomeno surreale, non c'è che dire...
E un vaffffanculo in stereo a chi pretende che si firmi un contratto in fiducia, o senza preoccuparsi del compenso, a chi trema di fronte alla sicurezza altrui, a chi si difende prima ancora di essere attaccato, a chi deve trovare comunque un colpevole, anche in assenza di reato.
La mia banca è differente.
Non sopporto i calzini di spugna quando fa troppo freddo, e non sopporto le scarpe quando fa caldo. Non sopporto giocare con un pallone troppo duro, e non sopporto le strette di mano viscide. Non sopporto chi dipende dagli altri e dal loro giudizio e non sopporto non avere la possibilità di cambiare qualcosa. Non sopporto i vecchi rincoglioniti che guidano macchine nuovissime, e le donne alla guida di macchine che non sanno gestire. Non sopporto gli sguardi d’ammiccamento da parte di chi sta ormai oltre i 50… non sopporto i complimenti che non tengano in dovuta considerazione la persona e non solo l’aspetto fisico. Non sopporto i regali boomerang, gli auguri fatti per convenzione, non sopporto chi pensa di averti messo nel sacco e chi dà per scontato di averti capito. Non sopporto dovermi adeguare allo stile di parvenza proprio di tanta gente di borgata, non sopporto chi ti dice di non incazzarti e chi sostiene di non incazzarsi mai, non sopporto il finto buonismo e non sopporto essere interrotta. Non sopporto passare inosservata, in secondo piano, non sopporto le pisciate fuori dal water e le grattate di coglioni. Non sopporto quando piove e ho appena lavato i capelli, non sopporto dover sorridere e non averne voglia, non sopporto di dimenticare le cose, creare disastri e dover rimediare. Non sopporto la gente che ti fissa, chi ti sta addosso mentre sei in fila, chi pensa di aver capito quello che devi dire prima che tu abbia effettivamente finito di dirlo… e poi sbaglia. Non sopporto la burocrazia, non sopporto i laureandi saccenti e i neolaurati incapaci di lavorare, non sopporto le generalizzazioni e non sopporto che gli attacchi personali prendano il posto delle idee a sostegno della propria tesi. Non sopporto le persone stupide, le battute di minchia, l’intrusione nella sfera privata senza permesso, e le uscite di campo senza preavviso. Non sopporto la morte, non sopporto l’abbandono, non sopporto che le cose a cui tengo svaniscano da un giorno all’altro... e di sentirmi impotente. Non sopporto il mal di testa, le parole dette a vuoto, i consigli di chi “ha imparato a vivere”, le promesse non mantenute, gli ideali accantonati, i progetti mai realizzati.
Non sopporto avere torto… ed avere maledettamente ragione.
"... alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena, potete stare a galla...
e non è colpa mia, se esistono carnefici, se esiste l'imbecillità...
up patriots to arms..."
Sono i filtri che cambiano… sono i codici che non sono gli stessi… è la realtà stessa che non è fissa… quale che sia la motivazione, siamo nella più totale impossibilità comunicativa. E’ devastante, quanto inevitabile. Anche perché, le tre cose, forse, accadono nello stesso momento.
Tutto ciò equivale a dire: se mai potessimo accertare che sia possibile vedere le cose alla stessa maniera e affidare allo stesso concetto lo stesso significato… se anche, in qualche maniera, avessimo le parole giuste, di significato veramente comune, tale per cui non fosse possibile interpretarle se non come ci vengono dette… non potremmo mai, in definitiva esser sicuri che ciò che vediamo è reale, ed esiste solo così, in nessun altro modo.
O viceversa, se anche potessimo provare l’esistenza del mondo, e fossimo in grado di gestire la differenza di prospettive… non avremmo parole per poterle esprimere.
Quale altra possibilità si apre? O meglio, qual è l’unica a rimanere aperta? O ancora, esiste una vera possibilità di poter uscire da se stessi?
Manuale di sopravvivenza, vol.1.
Ci sono alcuni tipi di argomenti, dei quali conviene tacere... Sicuramente ci sono le cose delle quali le donne non amano sentir parlare per bocca di un uomo... e ne abbiamo già ampiamente dibattutto, io sul mio blog, altri sul loro.
Ma i signori ometti non sono da meno. Solo che l'argomento che li tocca sul vivo non è proprio così... INEVITABILMENTE personale come quello femminile... Ma si sa, personale per un uomo è un termine ampio... ;-)
Così, se vi sentite in vena di provocazioni, o se solo volete farvi due risate, intavolate l'argomento CALCIO. Si intende, ovviamente, che i presenti appartengano al favoloso mondo delle tifoserie: grazie a Dio, ci sono ancora uomini che preferiscono una gita fuori porta che il pomeriggio in allegra compagnia della guida al campionato.
Le reazioni saranno delle più disparate: c'è quello che non guarda neanche... sei una donna, nata per rompere i coglioni. C'è quello che ti salta alla gola: come ti permetti di parlare di quello che non conosci! C'è chiaramente, il mandrillo di turno... non me ne frega un cazzo, posso darti ragione (anche se ovviamente sbagli) l'importante è che dopo si tromba.
Ma tutti, immancabilmente, si sentiranno di dire la loro, e soprattutto nessuno riuscirà mai a tenere separato quello che dici, per quanto brillante e corretto, dal fatto che sei una donna.
E questo, alla fine, è ciò che ti permetterà di uscirne comunque indenne: ci vuole veramente poco a pacificare gli animi, e per quanto tu lo faccia in maniera ironica, chiedere scusa e ammettere che il calcio ha lati positivi... ti spalanca le porte del paradiso! (e se non stai attenta anche quelle dello stadio...)